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A scuola di vita dalle rose blu

XIV Tendopoli a Gornja Bistra (3-12 agosto 2014)

Quando si arriva a Gornja Bistra, un paesino quasi isolato dell’entroterra croata, si ha la sensazione che tutto si muova con grande lentezza, ma sul filo del rasoio. La prima impressione, per chi scrive, è stata quella di essere approdato in un posto dove ogni cosa è in equilibrio precario, dove sarebbe bastato un niente per far ricadere tutto nel degrado degli ultimi anni ’90, quando don Ermanno, per dono della Provvidenza, giunse in questo posto. Tutti questi pensieri mi offuscavano la vista, vuoi per le tante ore di viaggio e le poche di sonno, vuoi perché la mattina in cui arrivai aveva l’alba tra le più tristi che avessi mai visto, quasi non accorgendomi della semplice, disarmante magia di quel posto. I miei pensieri si interruppero quando iniziarono a descriverci come era organizzato il campo, cosa c’era da fare e (la cosa più attesa) la visita all’ospedale.

A scuola di vita dalle rose blu2Eravamo circa 200 volontari, divisi in sette gruppi, cui spettavano sette compiti diversi da esplicare in ogni giorno della settimana. Si andava dai semplici lavori di giardinaggio, ristrutturazione e pulizia del campo, fino alla consegna dei viveri alle famiglie bisognose e, primo fra tutti, c’era il tempo trascorso con i piccoli ospiti dell’ospedale.

Dopo aver montato le tende per il campeggio, la prima attività è stata visitare le camerate dell’ospedale.

Non è mai facile entrare in ambienti di un certo tipo, anche dopo averne visti molti in precedenza. Non ci si abitua mai alla vista della sofferenza. L’interno dell’ospedale, i corridoi, erano in contrasto con i colori del parco esterno, ma la sensazione che davano era la stessa: una serenità e un silenzio, rotti a tratti dai pianti o dalle risate dei bambini. Ma era nelle camerate che si svolgeva la vera vita, nelle camerate accadeva il miracolo giornaliero della libertà di quei bambini di fronte alla loro sofferenza. E credetemi, in quanto a libertà, sono dei maestri di vita!

I dieci giorni si sono susseguiti a ritmo frenetico. Sveglia presto la mattina, colazione e inizio dei lavori giornalieri. Il tutto incorniciato tra la meditazione del vangelo alle 7.30 e la messa delle 19. Era fortissima l’impronta spirituale del campo, pur lasciando la più completa libertà a chi non era credente o era di altre religioni: un aspetto davvero molto gradito.

Il fulcro di tutto, però, erano i bambini. Con loro si restava in ospedale, li aiutavamo a pranzare, a cenare e, per chi poteva muoversi un po’, c’era a disposizione un coloratissimo parco giochi fatto costruire in memoria di Daniela Zanetta.

Tra le tante attività svolte, una in particolare mi è rimasta nel cuore: l’esperimento di riuscire ad insegnare, ad alcuni di loro, i momenti e i “balli” per l’animazione della messa. Ho avuto la fortuna di essere nella squadra che ha insegnato tutto questo e i progressi che possono fare in una sola settimana sono sbalorditivi. Forse ci sono sembrati così sbalorditivi, perché a volte li abbiamo sottovalutati e loro, con stupenda umiltà, ci hanno sempre, costantemente smentito.

Il culmine del campo (e per me il culmine dell’emozione) è stato il momento della preghiera dei fedeli proprio durante la messa animata da loro. Dopo le preghiere convenzionali, don Ermanno si è avvicinato a loro con il microfono. E lì il tempo era come sospeso. Ognuno esprimeva come poteva il proprio pensiero. Parole incomprensibili, versi, gesti e silenzi, ogni cosa era una preghiera. A dimostrarci che è con il cuore che si prega, non ricercando le formule più perfette, ma usando l’essenziale.

Trascorsi i giorni di permanenza si ritorna alla vita ordinaria. La tendopoli è finita, anche se la voglia di andarsene era poca. Siamo andati lì per metterci al servizio, per donare completamente dieci giornate alla carità e a quei bambini. Loro, però, ci hanno ripagato con una moneta più preziosa: ci hanno insegnato come si vive veramente.

                                                                                                                                                Nicolò Nitti

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